Lo sai che in Lombardia esiste un paese delle streghe? Si tratta di Sostila, in Val Fabiolo, uno dei centri più suggestivi e caratteristici del versante orobico, nel cuore di una valle nascosta, percorsa solo da una mulattiera che parte da Sirta, l’ultimo paese della bassa Valtellina che si incontra seguendo il versante orobico in direzione di Sondrio Sostila.

Indice

Sostila una valle “Unica”


Sostila è collocata ad una quota di 800 metri in corrispondenza di un’ampia sella erbosa, nella più ampia Val di Tartano.Una valle misteriosa, profonda ed ombrosa, l’unica di una certa dimensione a non raggiungere, a sud, la testata della catena orobica.
Una valle magica… non si immaginerebbe mai che essa celi anche spazi sufficienti per l’insediamento umano percorrere la bella mulattiera che parte proprio alle spalle della chiesa di S. Giuseppe della Sirta e trovare, superata la soglia d’ingresso, un fondovalle e dei versanti che hanno ospitato per secoli la vita umana, in un sorprendente equilibrio con le forze di una natura incombente rese visibili da roccioni strapiombanti, da ripidi declivi e da aspri valloni.

Mulattiera dal web

La Leggenda della “Stria” (strega)

Qui era di casa la Strega e non di quelle buone. Dicono, che in questa valle qui trovava ampi spazi per i suoi convegni diabolici, per il sabba, per le attività malefiche a danno di raccolti, animali e uomini. Gli abitanti di Sostila non erano molto contenti di questa diceria, ma proprio questo paese pare fosse abitato da un certo numero di streghe.


Si raccontano, al proposito, alcune storie. Una ha protagonista un bel giovane di Sostila, che aveva adocchiato una famiglia costituita da una vedova e da tre figlie graziose, che viveva alla contrada dell’Era. Si trattava di gente che se ne stava sul suo, come si suol dire, viveva appartata, non sembrava partecipe della vita del paese: non le si vedeva mai né in chiesa, né al lavatoio posto appena prima dell’ingresso del paese, cioè nei luoghi comuni e nelle faccende tipiche del periodo.

Di loro non si diceva bene (ma questo accade spesso anche oggi si definisce una persona strana quando sta sulle sue). Questo il giovane lo sapeva, per cui non si preoccupava affatto delle dicerie, anzi, vedeva nella riservatezza della singolare famiglia una garanzia di particolare virtù.
Così, gradualmente, cominciò a frequentare la loro casa. “Si parlava”, come dicevano e dicono ancora di persone che sono seriamente intenzionate a legarsi sentimentalmente, con una delle tre figlie, la più giovane e graziosa, ma in realtà era deciso, in cuor suo, a non abbandonare la possibilità di poter fare la corte anche alle sorelle, se la sua prima scelta gli avesse opposto un rifiuto. Tutto nei modi e nei tempi dovuti, perché allora non ci si poteva dichiarare così, in quattro e quattr’otto, come si fa oggi. “Ogni cosa a suo tempo”: un antico proverbio valtellinese che si applicava soprattutto alle questioni di cuore.

Il giovane era paziente, sapeva attendere, costruiva una delicata trama di incontri e colloqui cauti poco confidenziali con la ragazza che gli interessava, le sorelle e la madre non la lasciavano mai sola. Colloqui di giorno, nell’orto della casa delle sorelle, qualche volta anche dentro la casa, e capitava di farla anche alla sera. La cosa andava avanti, senza nulla di particolarmente strano. Se non fosse per un dettaglio, all’inizio pareva insignificante poi si insospettì sempre di più. Le giovani e la madre sembravano accettare la sua compagnia, tutti i giorni, tranne che di giovedì. In quel giorno proprio non c’erano. O se c’erano non si facevano trovare.

Ma Perchè di Giovedì?

Questo si chiedeva il giovane, e la domanda era diventata un vero tormento. Avrebbe potuto chiederlo loro direttamente, ma temeva di passare per persona indiscreta.
Decise, allora di soddisfare la sua curiosità. Così, un pomeriggio d’inverno, (periodo nel quale le incombenze legate al lavoro della terra si diradano), decise di risolvere il mistero affidandosi ai suoi stessi occhi: varcò il cancelletto che delimitava l’orto della casa e si mise a spiare da una finestra. Il sole non c’era già più, era scomparso dietro il Culmine di Dazio, l’aria si era fatta fredda e pungente, ma il giovane rimase fermo, ad osservare: all’interno non si vedeva nessuno, però il focolare era acceso, e qualcuno doveva pur esserci. Attese, ed ecco apparire la prima sorella, la più giovane, e poi le altre due, ed infine la madre. Tutte sembravano in preda ad una frenetica eccitazione.

Una Racappricciante scoperta

Poi, ecco capitare qualcosa che lo lasciò senza fiato. Con delicatezza, ciascuna delle quattro donne cominciò a torcersi il collo ed il capo. La testa girava in modo innaturale, e compì un giro completo una, due, tre volte, prima di staccarsi dal busto. Rimase, scena raccapricciante ed incredibile, il busto senza testa, ma non senza vita, un busto dal quale si staccavano due braccia che terminavano in due mani che, con cura, afferravano la testa staccata. La testa, a sua volta, non aveva perso la sua consueta espressione, solo, sembrava molto concentrata, compresa in quel che stava per accadere.
Cosa stava accadendo, in effetti? Il giovane ebbe modo di capirlo subito. Molto semplicemente, ma si fa per dire, le donne si stavano facendo belle e dedicavano le loro cure ai capelli, passandosi a turno una spazzola, con la quale se li rassettavano ed acconciavano con grande attenzione. Se non fosse stata orripilante, la scena sarebbe parsa perfino comica: gli occhi di ciascuna testa, che una delle mani teneva saldamente, seguivano con attenzione i movimenti dell’altra mano, che metteva in piega i capelli. Quando, alla fine, questi ebbero assunto la foggia desiderata, la spazzola fu riposta ed entrambe le mani rimisero capo e collo sul busto, avvitandoli in senso contrario una, due, tre volte. Il capo si diede uno scrollone, e tutto tornò come prima. Alla fine tutte e quattro terminarono il macabro maquillage, ed era già sera fatta: suonavano, dal campanile della chiesetta della Madonna della Neve, i rintocchi dell’Ave Maria, che invitano la gente a rivolgere una preghiera al cielo ed a ritirarsi nelle case.

quando il fuoco si spense…

Per le quattro, invece, era giunto il momento di lasciarla, la casa: si diressero al camino, nel quale il fuoco si era spento, ma ancora ardeva la brace, e si infilarono nella cappa, sparendo in breve tempo dalla vista del giovane, che aveva assistito per tutto il tempo senza muovere un muscolo.
Questi, allora, si riscosse. Aveva compreso tutto. Le quattro altri non erano che streghe, e si sa che è proprio al rintocco della campana della sera che questi esseri malvagi si levano in volo per recarsi ai loro malefici raduni o insidiare chi si attarda fuori casa. Le streghe dell’Era se ne erano volate, probabilmente, sulla sommità piana del Crap del Mezzodì, appena sopra Sostìla, oppure nei boschi del Culmine di Dazio (allora non c’era ancora, sulla sua sommità, la grande croce che ora tiene lontane le forze del male). Si pentì di non aver dato retta alle dicerie della gente, e da quel giorno evitò accuratamente di passare anche solo nei paraggi della casa maledetta.

Fin qui la leggenda. Ma voi non lasciatevi impressionare: Sostila merita bene di essere visitata, e se proprio non sapete vincere il timore di incontri indesiderati, considerate che anche le streghe, se mai ci sono state, oggidì dimorano in più confortevoli abitazioni, e, non avendo saputo resistere alle lusinghe della civiltà, sono da un pezzo scese al piano, dove trovano, fra gli altri agi, parrucchiere che acconciano nel modo migliore i loro capelli senza che debbano staccarsi il capo dal busto

Articolo suggerito dal blog waltellina.com

leggi anche

Ti potrebbe piacere:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *